Cari seminaristi e semplici lettori, la carteriana di lungo corso Giovanna Scocchera, ottima traduttrice di Amanda Davis (Mi chiedo quando ti mancherò, Terre di Mezzo, 2005), Augusten Burroughs (Correndo con le forbici in mano, Alet, 2004), Tillie Olsen (Fammi un indovinello, Giano, 2004), Alexander Masters (Stuart. Una vita al contrario, Fazi, 2007) e molti altri, ci manda alcuni appunti del seminario che ha tenuto durante le V Giornate della Traduzione Letteraria che si sono svolte a Urbino dal 28 al 30 settembre 2007. Il seminario si intitolava Le deviazioni dallo standard linguistico (inglese). Grazie Giovanna!
Introduzione
Si tratta di spunti di riflessione nati da un interesse e anche da un’esigenza personale, quando mi sono trovata a tradurre testi che non parlavano l’inglese che ero abituata a leggere e ascoltare. Siccome quando mi sono trovata a tradurli ho sentito che davanti a me si aprivano diverse possibilità e che toccava a me scegliere quale adottare (come avviene in ogni traduzione), ho pensato di poter ricondurre vari tipi di deviazioni ad altrettanti possibili approcci traduttivi.
Il concetto di standard e di deviazioni
Senza scomodare la stilistica possiamo innanzitutto dire semplicemente, e forse semplicisticamente, che anche il concetto di “standard” non è facile da fermare e cristallizzare nel tempo e nello spazio. Come cambia la lingua, così cambiano gli standard linguistici, e quelle che oggi vengono sentite come deviazioni, in un futuro vicino o lontano entreranno magari a far parte dello standard.
Per farci un’idea più chiara di come intendere lo standard linguistico, nel caso specifico dell’inglese, pensiamo all’equivalente orale, ovvero alla Received Pronunciation, il cosiddetto “inglese della regina”, l’inglese in teoria parlato dagli speaker televisivi, un inglese non connotato culturalmente, socialmente, geograficamente, per quel che è possibile, visto che la lingua non può prescindere da chi la usa. Pensiamo a un equivalente “scritto” di questa lingua parlata, ovvero un inglese grammaticalmente, sintatticamente, ortograficamente corretto, che non presenti scarti di registro troppo evidenti o ricorrenti, né verso il basso né verso l’alto, che non presenti infiltrazioni o contaminazioni culturali, a parte quelle già integrate nel vocabolario.
Soprattutto in questo contesto di “deviazioni” dalla norma è assurdo pensare di trovare delle “norme” per la traduzione delle “deviazioni”, quindi quelli che fornirò sono soltanto spunti, possibilità, proposte di traduzione più o meno felici e/o condivisibili.
Le deviazioni che vedremo nei testi sono di diverso tipo: sintattico-grammaticali, ortografiche, lessicali, di registro. Di volta in volta, potremo individuare quale è stato il criterio che ha guidato la traduzione, che avrà scelto di muoversi verso un approccio creativo, oppure di verosimiglianza e realismo, straniante o naturalizzante, di equivalenza formale, o di equivalenza di effetto. In altre parole vedremo a quali aspetti della lingua si è scelto di essere fedeli.
Il concetto di fedeltà
Una breve parentesi sul concetto di fedeltà. Argomento trito e ritrito, ma come potrei sottrarmi al dovere morale di dire anch’io qualcosa in proposito? In realtà, l’osservazione che mi piace ripetere non è mia, l’ho letta tempo fa, mi è piaciuta molto e trovo che possa essere “conclusiva” rispetto all’annosa questione “bella e infedele/brutta e fedele”. L’osservazione è stata riportata da Valerio Magrelli, diversi anni fa, in un numero speciale dell’”Indice” dedicato alla traduzione. Cito: “L’idea di fedeltà finisce per investire il testo con una potente ventata antropomorfica. Noi diciamo ‘fedele a una persona’, ‘fedele a una promessa’, ‘fedele alla parola data’. In tutti e tre i casi è la singolarità del legame ad attestarne la forza. Siamo cioè fedeli a una e soltanto a una persona, promessa o parola… L’idea di poter tenere fede alla parola del testo, però, è profondamente ingenua. Infatti, la sua promessa non equivale a una semplice parola, bensì a un sistema di relazioni composto da parole…. Se l’idea di fedeltà comporta inestricabilmente quella di singolarità, come pensare d’essere fedeli a qualcosa che si definisce appunto sulla base della propria pluralità costitutiva, ossia di una molteplicità fondante e statutaria? Un testo letterario non è un oggetto statico, ma un processo dinamico, un concorso di spinte contrapposte, un insieme di forze in equilibrio…”
E, aggiungo io, se a questa molteplicità aggiungiamo delle “deviazioni”, ecco che il concetto di fedeltà a una “infedeltà” di fondo diventa del tutto impraticabile.
La coerenza
Dopo aver “smontato” il concetto di fedeltà, direi che è meglio parlare di “coerenza” della traduzione, consistency in inglese, che soprattutto nel contesto delle deviazioni dallo standard linguistico mi sembra più giusto e pertinente.
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