Martedì, 8 Settembre, 2009

Il ritorno di Donal

allergicFinalmente è uscito per Argyll Books An allergic reaction to national anthems di Donal McLaughlin, con cui abbiamo lavorato con molto piacere nel 2006. Il libro è disponibile anche su Amazon. Visitate il sito di Donal per ulteriori aggiornamenti sulle sue attività (è anche valente traduttore dal tedesco) e su scrittori amici. Se volete leggere in anteprima uno dei racconti presenti nel volume, qui, e sappiate che Donal ha completato la prima stesura sulla terrazza dell’Arca di Noé, mentre noi discutevamo animatamente su come tradurre “How on under God”.

Con Mrs Carter ci si risente l’anno prossimo!

Venerdì, 26 Settembre, 2008

E non c’indurre in traduzione

Un contributo di Alessandra Consolaro, carteriana e docente di Lingua e Letteratura Hindi presso la facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università degli Studi di Torino.

Le teorie della traduzione contemporanee si basano in prevalenza su esempi occidentali e sono più o meno influenzate dall’altalena tra fedeltà e tradimento, fra lingua target e fonte. Non si prende in considerazione la traduzione dal punto di vista del potere o della storia. Anche Mrs. Carter ha menzionato l’importanza di una traduzione come quella delle Rubaiyat (persiano rubāʿiyāt: quartine) di Omar Khayyam (ʿOmar Ḫayyām) realizzata nel 1859 e consultabile su http://wiretap.area.com/Gopher/Library/Classic/rubaiyat.txt: sebbene le forzature introdotte da Edward FitzGerald siano del tutto irriguardose del contesto originale dell’opera e dell’autore, il merito della sua divulgazione starebbe nell’aver reso comunque disponibile un testo di ineguagliabile poesia. Io vorrei portare l’attenzione proprio sui problemi che nascono da una posizione di questo tipo oggi. Possiamo ignorare l’atteggiamento paternalistico di FitzGerald, che scriveva al Rev. E.B. Cowell nel 1851: “It is an amusement to me to take what liberties I like with these Persians who (as I think) are not Poets enough to frighten one from such excursions, and who really do need a little Art to shape them” (cit. in Harish Trivedi, Colonial Translations: English Literature and India, Papyrus, Calcutta 1993, p. 45)? Forse ci si può illudere che lavorando in lingue occidentali e in contesti occidentali possiamo evitare di porci questi interrogativi, ma non ne sarei proprio sicura. Di certo se lavoriamo in lingue ‘altre’ – le lingue dell’India, tanto per fare un esempio da un ambito a me noto -, ignorare che cosa ha significato la traduzione in questi contesti, con la colonizzazione e la decolonizzazione che hanno accompagnato il processo di mappatura di queste regioni, è a mio avviso inaccettabile. Non è casuale che per molto tempo i traduttori – missionari e amministratori coloniali – siano stati esclusivamente europei: gli indigeni non erano considerati all’altezza, qualunque fosse la loro competenza nelle lingue ‘vernacolari’ e in quelle coloniali. Per non parlare del disprezzo che i traduttori ‘scientifici’ occidentali, forti delle loro conoscenze di filologia e linguistica, manifestavano verso le tecniche di traduzione indigene. Termini come anuvād (lett: ciò che è detto dopo) o rupāntar (lett: cambiamento di forma) non hanno in sé nulla dello stigma che la traduzione ha rispetto all’originale nella concezione occidentale: in un contesto multilingue e multiculturale come l’Asia meridionale la traduzione, intesa in senso molto lato come adattamento e attività creativa, è da secoli una pratica letteraria comune, tra l’altro in un panorama culturale nel quale le categorie di originalità e plagio, autorialità e individualismo sono ben diverse da quelle date per scontate in Occidente. Ma per gli occidentali che dal XVII secolo hanno imposto la trascendenza di un modello predefinito e sostanzialmente prescrittivo spesso ancor oggi non vi è altra realtà che quella autoreferenziale. Continua a leggere →

Domenica, 14 Settembre, 2008

Mrs Carter 2008 – 5a edizione: incontro con Sujata Bhatt

Dagnente, comune di Arona (Novara)

Mrs Carter si è incarnata di nuovo dal 28 al 31 agosto 2008, sempre all’inaffondabile Arca di Noé, ma stavolta in formato maxi. I partecipanti: Ada Arduini, Alessandra Consolaro, Annalisa Di Liddo, Carla Palmieri, Caterina Barboni, Elvira Grassi, Francesca Novajra, Gioia Guerzoni, Giovanna Scocchera, Loredana Paris, Lucia Fochi, Maria Nicola, Marta Matteini, Raffaella Turati, Rossella Bernascone, Stefania De Franco, Susanna Basso. Abbiamo avuto l’onore e l’onere di affrontare per la prima volta l’argomento “tradurre poesia” in compagnia di Sujata Bhatt e dei suoi versi contenuti nel volume Pure Lizard, saturi di suggestioni indiane ma anche teutoniche, densi di rimandi letterari e figurativi, brulicanti di toponimi e luoghi geografici, traboccanti di animali e colori.

Siamo arrivate all’appuntamento e invece delle presentazioni ci siamo scambiate le nostre bozze di traduzione delle poesie, una a testa, che ci avevano più colpito a una prima lettura. Abbiamo poi chiesto a Sujata di suggerirci le sue preferite per sei traduzioni collettive, che abbiamo letto dopo aver sentito la sua voce intonare le versioni originali, in un inglese intessuto di gujarati. La scelta è caduta su “Black Sails”, “Radishes”, “He Farms for Beauty”, “The Policeman’s Daughter”, “..and look: the olives ripen”. Infine, ciascuna di noi ha tentato di prodursi in una traduzione di “Pure lizard”: 18 versioni diverse!

Susanna ha dato il via alla discussione parlandoci di un incontro con Clive Scott, provocatorio autore di, tra l’altro, Translating Baudelaire e Translating Rimbaud’s ‘Illuminations’. Clive Scott ha detto più o meno che tradurre poesia è come prendere a prestito un vestito che non è proprio della misura giusta e non avere il permesso di modificarlo. Questo lascia due alternative: fare delle piccole alterazioni e cercare di fare in modo che ci stia addosso il meglio possibile o proclaim its ill-fittingness a new fashion which others might profitably follow. Scott sostiene che il traduttore può anche essere un esploratore delle varie stesure di una traduzione. Le sue sono traduzioni sperimentali: con il testo a fronte, propone nell’altra pagina delle suggestioni di traduzioni e si prende ogni genere di libertà, riscrive la poesia in varie forme grafiche, la smonta, la ricostruisce, inserisce illustrazioni, la innesta con episodi del suo quotidiano e con fatti che diventano un’eco della traduzione a cui sta lavorando. Secondo lui, nell’esplorazione del testo poetico esistono possibilità infinite, e sono forse queste che dovremmo esplorare, anche se ovviamente le sue traduzioni sono più delle provocazioni. Infatti Scott ha anche detto di tradurre solo per lettori che conoscono la lingua d’origine. È chiaro che si tratta di un tentativo di farci riflettere. Qui non si tratta di traduzioni strumentali, anzi, è esattamente l’opposto. Si tratta di un’esplorazione dell’originale che offre nuove possibilità.

È difficile sintetizzare in maniera organica e articolata le domande che ci siamo fatte, le cose che ci siamo dette, le perplessità che ci siamo confessate. Così proveremo a riproporvele in un disordine che forse rispecchia la multiformità del nostro approccio ai versi di Sujata Bhatt.

- Che cos’è la poesia?

- Perché leggiamo o non leggiamo poesia?

- Cosa ci respinge e cosa ci attrae?

- Che cosa ci aspettiamo da un testo poetico?

- Ci aspettiamo dal testo poetico una parte di incomprensione?

- Ci aspettiamo che contenga un enigma, e come traduttori vorremmo averne la soluzione? Continua a leggere →

Giovedì, 5 Giugno, 2008

Mrs Carter in Galles

Mercoledì, 23 Aprile, 2008

India

Cari carteriani, dopo lungo tempo un aggiornamento, ma di quelli importanti. È uscito per i tipi di Isbn India, un’antologia curata e tradotta da Gioia Guerzoni. Qui sotto una breve descrizione in italiano e in inglese e una nota della traduttrice.

Undici storie e tre fumetti per raccontare la vita delle nuove città-mostro indiane, degli avveniristici centri direzionali di Delhi e delle popolose baraccopoli di Mumbai. Luoghi di storia millenaria proiettati in un futuro ipertecnologico e iperconsumista, comunque lontano da stucchevoli esotismi e cliché bollywoodiani.
India – la terza antologia, dopo Cina e Singapore, dedicata da Isbn alla nuova Asia – raccoglie le voci di giovani scrittori, giornalisti, artisti e registi impegnati a confrontarsi con il peso della tradizione, le derive del progresso e del capitalismo, la povertà endemica, l’imposizione o l’assenza dei valori, la difficile convivenza tra le religioni. Il meglio di una generazione di «rientrati in patria» dal classico soggiorno in Occidente che ha deciso di restare e di capire.
Senza farsi abbagliare dal facile miraggio della «Shining India».

Undici scrittori, nati intorno agli anni settanta, offrono un ritratto volutamente trasversale di un subcontinente in vertiginosa mutazione. Ogni storia è accompagnata da una scheda biografica e da una breve intervista all’autore.
Altaf Tyrewala, Mridula Koshy, Tishani Doshi, Sonia Faleiro, Chandrahas Choudhury, Samrat Choudhury, Annie Zaidi, Palash Krishna Mehrotra, Anindya Roy, Smriti Nevatia e un fumetto di Sarnath Banerjee.

Eleven short stories – fiction and non-fiction – and a graphic essay to narrate the life in the new megalopolises, from the futuristic IT parks in Delhi to the seething slums in Mumbai. Millenary cities hurled in an hyper-technological, hyper-consumeristic future, far from trite exoticisms and Bollywood clichés. India – the third anthology, after Cina and Singapore, that Isbn devotes to the new Asia – showcases a new generation of writers, journalists, artists and directors confronting the burden of tradition, the drift of progress and capitalism, the endemic poverty, the imposition or absence of values, and the complex coexistence of religions. The best voices of a generation which, after a brief or long stint abroad, decided to go back home and represent life in the subcontinent in a manner that avoids the easy mirage of Shining India.

Eleven authors, mostly born in the Seventies, offer a deliberately transverse portrait of a country in vertiginous mutation. Every story is accompanied by a short bio and by an interview with the author. Stories by Altaf Tyrewala, Mridula Koshi, Tishani Doshi, Sonia Faleiro, Chandrahas Choudhury, Samrat Choudhury, Annie Zaidi, Palash Krishna Mehrotra, Anindya Roy, Smriti Nevatia and a graphic essay by Sarnath Banerjee.

La traduzione dei pezzi contenuti in questa antologia non ha presentato particolari problemi perché nel corso degli anni ho avuto la fortuna di tradurre parecchi autori indiani. Mi sento senza dubbio a casa con la loro scrittura, anche grazie al fatto di aver trascorso quasi tre anni in India, sommando i mesi in cui ho svernato nel subcontinente. Anzi, ho trovato molto stimolate lavorare a generi così diversi come la saggistica, la narrativa e il fumetto. Senza dubbio è stato più complicato rivestire tre ruoli contemporaneamente – lettrice/editor/traduttrice. Non sempre i tre andavano d’accordo – il traduttore non è abituato come l’editor a modificare il testo e il lettore è solitamente meno critico rispetto al traduttore – e si lanciavano in accesi dibattiti. Gli amici che mi hanno aiutato a selezionare i testi, e che ringrazio infinitamente, sono stati una salvezza sia per il progetto che per risolvere i miei dilemmi. E poi la fase dell’editing: interagire con l’autore chiedendo di apportare dei cambiamenti al testo è stato un esercizio di grande diplomazia, umiltà e delicatezza. Fondamentale instaurare un rapporto di fiducia. Sono stata fortunata: tutti gli autori dell’antologia – ne conoscevo personalmente solo un paio – sono diventati grandi amici.

Sabato, 6 Ottobre, 2007

Una traduzione di "How on under God" di Donal Mc Laughlin

Abbiamo ricevuto da Giovanni Garbellini (carteriano e traduttore, tra gli altri, di Alexander Mc Call Smith, John King, Kitty Fitzgerald e alcuni scritti sulla musica di Nick Hornby per Guanda) la versione definitiva della traduzione di “How on under God” di Donal McLaughlin, racconto su cui avevamo lavorato insieme per Mrs Carter 2006. Troviamo interessante che ci giunga proprio poco dopo il post di Giovanna, che tratta esattamente i temi e le scelte che Giovanni ha dovuto affrontare nel suo lavoro su questo testo, denso di idoletti e dialettismi. È con grande piacere che ve ne proponiamo due brani, in originale e in traduzione, selezionati proprio da Donal.

Da “How on under God”

Three years that was her, nearly, over in Scotland now. She’d still to set foot in Edinburgh but. Sometimes, back at the start, she’d thought Liam would suggest taking a run across, taking a run over in the car one day – a special treat, to cheer her up; then he’d started work but, and it had been no time before she herself had had to go in to have her youngest one. All them years she’d been reading about Edinburgh back in Derry ‘n’ all! Took her mind off the Troubles, it did. Fiona, her sister-in-law, had posted things across and Bridget had always thought the capital sounded lovely. She could just imagine the Gardens beneath the castle, Princes Street and all the shops, and the flower clock where couples met, aye, she thought that sounded gorgeous: the flower clock.
Fiona’d already seen it, of course. She hardly ever went but, even though it was no distance in the car. The two o them should take a trip over, she was always saying, it would get Bridget out of the house. Bridget knew that was a non-starter; that her Liam would never be happy with them two off galavanting, leaving him with the weans. She could just imagine her & Fiona on the steps down into the Gardens but: admiring the flower bed & working out the time. Knowing Fiona, she’d come away wi’ “Half past a daffodil!” or “Three minutes to roses!”. She was a star turn, she was. A generous soul, too, the type that would give you their last ha’penny. Aye, Paddy’d got himself a good one in her, right enough. They got on well, her and Fiona.
Paisley, but, it had to be said, was no Edinburgh. God knows what had taken them to a place called that. [...]
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Sabato, 6 Ottobre, 2007

Le deviazioni dallo standard linguistico secondo Giovanna Scocchera

Cari seminaristi e semplici lettori, la carteriana di lungo corso Giovanna Scocchera, ottima traduttrice di Amanda Davis (Mi chiedo quando ti mancherò, Terre di Mezzo, 2005), Augusten Burroughs (Correndo con le forbici in mano, Alet, 2004), Tillie Olsen (Fammi un indovinello, Giano, 2004), Alexander Masters (Stuart. Una vita al contrario, Fazi, 2007) e molti altri, ci manda alcuni appunti del seminario che ha tenuto durante le V Giornate della Traduzione Letteraria che si sono svolte a Urbino dal 28 al 30 settembre 2007. Il seminario si intitolava Le deviazioni dallo standard linguistico (inglese). Grazie Giovanna!

Introduzione

Si tratta di spunti di riflessione nati da un interesse e anche da un’esigenza personale, quando mi sono trovata a tradurre testi che non parlavano l’inglese che ero abituata a leggere e ascoltare. Siccome quando mi sono trovata a tradurli ho sentito che davanti a me si aprivano diverse possibilità e che toccava a me scegliere quale adottare (come avviene in ogni traduzione), ho pensato di poter ricondurre vari tipi di deviazioni ad altrettanti possibili approcci traduttivi.

Il concetto di standard e di deviazioni

Senza scomodare la stilistica possiamo innanzitutto dire semplicemente, e forse semplicisticamente, che anche il concetto di “standard” non è facile da fermare e cristallizzare nel tempo e nello spazio. Come cambia la lingua, così cambiano gli standard linguistici, e quelle che oggi vengono sentite come deviazioni, in un futuro vicino o lontano entreranno magari a far parte dello standard.

Per farci un’idea più chiara di come intendere lo standard linguistico, nel caso specifico dell’inglese, pensiamo all’equivalente orale, ovvero alla Received Pronunciation, il cosiddetto “inglese della regina”, l’inglese in teoria parlato dagli speaker televisivi, un inglese non connotato culturalmente, socialmente, geograficamente, per quel che è possibile, visto che la lingua non può prescindere da chi la usa. Pensiamo a un equivalente “scritto” di questa lingua parlata, ovvero un inglese grammaticalmente, sintatticamente, ortograficamente corretto, che non presenti scarti di registro troppo evidenti o ricorrenti, né verso il basso né verso l’alto, che non presenti infiltrazioni o contaminazioni culturali, a parte quelle già integrate nel vocabolario.

Soprattutto in questo contesto di “deviazioni” dalla norma è assurdo pensare di trovare delle “norme” per la traduzione delle “deviazioni”, quindi quelli che fornirò sono soltanto spunti, possibilità, proposte di traduzione più o meno felici e/o condivisibili.

Le deviazioni che vedremo nei testi sono di diverso tipo: sintattico-grammaticali, ortografiche, lessicali, di registro. Di volta in volta, potremo individuare quale è stato il criterio che ha guidato la traduzione, che avrà scelto di muoversi verso un approccio creativo, oppure di verosimiglianza e realismo, straniante o naturalizzante, di equivalenza formale, o di equivalenza di effetto. In altre parole vedremo a quali aspetti della lingua si è scelto di essere fedeli.

Il concetto di fedeltà

Una breve parentesi sul concetto di fedeltà. Argomento trito e ritrito, ma come potrei sottrarmi al dovere morale di dire anch’io qualcosa in proposito? In realtà, l’osservazione che mi piace ripetere non è mia, l’ho letta tempo fa, mi è piaciuta molto e trovo che possa essere “conclusiva” rispetto all’annosa questione “bella e infedele/brutta e fedele”. L’osservazione è stata riportata da Valerio Magrelli, diversi anni fa, in un numero speciale dell’”Indice” dedicato alla traduzione. Cito: “L’idea di fedeltà finisce per investire il testo con una potente ventata antropomorfica. Noi diciamo ‘fedele a una persona’, ‘fedele a una promessa’, ‘fedele alla parola data’. In tutti e tre i casi è la singolarità del legame ad attestarne la forza. Siamo cioè fedeli a una e soltanto a una persona, promessa o parola… L’idea di poter tenere fede alla parola del testo, però, è profondamente ingenua. Infatti, la sua promessa non equivale a una semplice parola, bensì a un sistema di relazioni composto da parole…. Se l’idea di fedeltà comporta inestricabilmente quella di singolarità, come pensare d’essere fedeli a qualcosa che si definisce appunto sulla base della propria pluralità costitutiva, ossia di una molteplicità fondante e statutaria? Un testo letterario non è un oggetto statico, ma un processo dinamico, un concorso di spinte contrapposte, un insieme di forze in equilibrio…”
E, aggiungo io, se a questa molteplicità aggiungiamo delle “deviazioni”, ecco che il concetto di fedeltà a una “infedeltà” di fondo diventa del tutto impraticabile.

La coerenza

Dopo aver “smontato” il concetto di fedeltà, direi che è meglio parlare di “coerenza” della traduzione, consistency in inglese, che soprattutto nel contesto delle deviazioni dallo standard linguistico mi sembra più giusto e pertinente.

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Mercoledì, 12 Settembre, 2007

Dedicato a Susanna Basso (e a noi)

Durante gli ultimi due seminari abbiamo avuto il piacere e il privilegio di leggere due testi che Susanna Basso ha scritto in occasione di due eventi svoltisi alla Fiera del Libro di Torino. Si tratta di riflessioni sul suo lavoro di traduttrice, che condividiamo con la testa e con il cuore. Susanna ci ha dato il permesso di pubblicarne qui alcuni stralci. Grazie.

L’italiano delle traduzioni

So bene che cosa si intende quando si parla e si scrive de “l’italiano delle traduzioni”, so che si vogliono analizzare i tic di una lingua gregaria, le indolenze di certi calchi automatici, gli impoverimenti generati dalla fretta e talvolta dalla negligenza, ma anche, talvolta, dalla volontà di un’aderenza al testo che diventa accettazione di una lingua “acrilica”, inesistente in natura, sotto qualsiasi cielo.

L’italiano, certo, può scricchiolare sui cardini qualche volta, apparire un po’ strabico, ma sempre ciò che sembra mancare in vastità si recupera pescando più a fondo, inabissandosi nelle parole, nella grammatica, nel respiro della punteggiatura.

Non si tratta, o meglio, per me non si tratta di scegliere se portare il lettore all’autore o viceversa, se optare per una prassi straniante o addomesticante: per me si tratta di portare entrambi alla traduzione.
Ma per farlo devo accettare di esserci ai miei stessi occhi, prima di tutto; provare a riconoscere la mia sintassi, la mia grammatica, il mio lessico. Cercare di capire il traduttore è ciò che forse il traduttore si sforza disperatamente di evitare, per rifugiarsi nel pedinamento dell’altro.

Ascoltare la propria lingua non significa lavorare a una difesa a oltranza delle scelte via via operate, ma interrogarsi ad esempio sui fenomeni di NON scelta, su quelle spie silenti che la storia e la geografia della vita vi depositano. Individuarle per rifiutarle consapevolmente o per accoglierle come cifra di uno stile che è onesto riconoscere.

Il delirio di onniveggenza del traduttore in grado di “cogliere” l’allusione, il rimando, l’idiosincrasia, la debolezza, l’assonanza, la ripetizione, riguarda sempre l’originale e si risolve spesso in una miopia nei confronti del proprio linguaggio.
La prima domanda da farsi in proposito è forse questa: a quale dei miei italiani per lo più attingo quando traduco? A quello che parlo, a quello che leggo, a quello che mi hanno insegnato le voci o a quello delle grammatiche, a quello di tutti i giorni o a quello “buono”, della domenica?

Tradurre

Alla fine mi sono detta, non sarà che a conti fatti mi sono innamorata della letteratura grazie all’esistenza della traduzione? A quel punto, mi sono innamorata della traduzione. Continua a leggere →

Martedì, 11 Settembre, 2007

Mrs Carter 2007 – 4a edizione: incontro con Lynne Bryan

Dagnente, comune di Arona (Novara)

30 agosto – 2 settembre 2007. Le nove partecipanti di quest’anno (tutte donne ma solo per caso, ci piacerebbe avere anche dei traduttori tra noi) erano veterane e nuove iscritte. Tra le prime, oltre ad Ada Arduini e Gioia Guerzoni, c’erano Giovanna Scocchera, ottima traduttrice e insegnante di traduzione, Caterina Barboni e Carla Palmieri, che hanno riscoperto, dicono anche grazie a Mrs Carter, la passione per la traduzione, Liliana Schwammenthal, navigata traduttrice di “romanzi rosa”; tra le nuove Francesca Novajra, appassionata redattrice e traduttrice di letteratura per l’infanzia, Eva Milano, ispanista, che collabora con alcune riviste letterarie, Adele D’Arcangelo, ricercatrice universitaria, Elvira Grassi, che ha un’agenzia di scouting e studio redazionale, Anna Airoldi, editor di due collane di guide e libri fotografici e Irene Abigail Piccinini, esperta in cultura ebraica.
Dopo una serie di brevi presentazioni individuali, in seguito approfondite per uno scambio di consigli ed esperienze (kennedianamente Susanna ha suggerito di pensare “non solo a cosa può fare Mrs Carter per te, ma a cosa puoi fare tu per Mrs Carter”), abbiamo cercato di capire come organizzare il lavoro su un pezzo che ciascuno aveva già tradotto in prima bozza: “Sleep”, un racconto di Lynne Bryan contenuto nella raccolta Envy at the Cheese Handout, pubblicata da Faber & Faber nel 1995.
Il primo passo è stato discuterne a fondo con l’autrice del racconto.

Dialogo con Lynne

Lynne: il libro è stato scritto quindici anni fa quando è nata mia figlia Rose. A rileggerlo ora mi sembra scritto da un mio young self. Ho sempre scritto, fin da piccola. I miei genitori non sono particolarmente istruiti, a casa non si parlava di libri. Quello che scrivevo somigliava più a un diario ed era il mio modo di esprimermi e di dire quello che in famiglia non si diceva: i miei parlavano poco. All’università ho studiato anche teatro, oltre a creative writing, ma non è stata l’esperienza che mi aspettavo. Sono stata sul punto di essere pubblicata e mi sono trovata in un mondo molto competitivo e articulate, e mi sono sentita come da piccola, con i miei genitori. Al corso di creative writing ho conosciuto Andrew, che aveva un’esperienza simile alla mia, e scriveva per capire il mondo in cui viveva. Vivevamo con il sussidio e facevamo anche altri lavori per sopravvivere. Ho iniziato a lavorare per un Womens’ project del comune, per donne e bambini vittime di violenza, e questo mi ha aperto la mente; nello stesso periodo sono rimasta incinta e ho mandato a Faber & Faber tre racconti, che sono piaciuti. La raccolta è nata in un periodo in cui stavo per diventare madre e non ero affatto sicura se mi sarebbe piaciuto o no, un periodo in cui ascoltavo storie terribili al lavoro ed ero editor di una rivista femminista. Io l’avevo pensato come un libro politico, ma non volevo calcare troppo la mano perché sapevo che l’editore non sarebbe stato interessato. Era un periodo in cui mi preoccupava molto l’idea di spartire con Andrew i doveri della vita familiare. Mi sforzavo anche di trovare una mia voce, sapevo cos’avrei voluto dire ma non sapevo come: per questo i racconti sono molto diversi tra loro. Poi ho scritto due romanzi e ho sempre dovuto combattere per dare loro una forma. L’ultimo è uscito nel 2002 e fino a poco tempo fa dovevo ancora finire il successivo: poi l’ho messo da parte e ne ho iniziato uno nuovo, in prima persona, che riesco a scrivere con grande facilità. Sono a un punto in cui riesco a far diventare più personale il generale e scrivo frasi molto più lunghe di quanto abbia fatto nei racconti, perché a quell’epoca ero nervosa e poco sicura di me: ora invece credo di avere trovato un ritmo mio.
Susanna: cosa pensi che perderai nella traduzione? Cosa vorresti invece che fosse conservato?
Lynne: sono molto attaccata alla mia prosa quando scrivo, ma quando ho finito non resto molto legata al testo. Sono molto affezionata al ritmo perché credo che sia importante: è importante che fluisca bene.
Giovanna: pensi che scriveresti “Sleep” in modo diverso, oggi?
Lynne: oggi non potrei più scriverlo. Non mi piace più ma mi rendo conto che funziona, che non è male. Probabilmente l’ho scritto nel momento giusto. Oggi sarebbe una storia totalmente diversa, più lunga. Quando l’ho consegnato, l’editor mi ha detto che trovava l’inizio molto confuso, ma non sono riuscita a cambiarlo perché quello che ho scritto era esattamente quello che mi succedeva con mia figlia Rose.
Ho avuto due agenti letterari, la prima era molto brava ma ha smesso quando ha avuto dei figli, anche la seconda è molto brava e mi ha detto che scrivo troppo poco, e troppo “inglese” per essere tradotta. Io ho riflettuto su questo e credo che sia perché il mio lavoro contiene una specie di humour inglese che è difficile da restituire. B. S. Johnson, per esempio, era un autore inglese molto popolare che non è mai stato tradotto: Jonathan Coe ha scritto la sua biografia (Like a Fiery Elephant: The Story of B. S. Johnson, Picador, 2004) e sostiene che era troppo intrinsecamente inglese per essere esportato. Irvine Welsh e James Kelman hanno una voce regionale molto distinta, io invece dal punto di vista del dialetto sono un miscuglio, quindi forse non sono abbastanza caratterizzata. Continua a leggere →

Mercoledì, 8 Agosto, 2007

Mrs Carter 2006 – 3a edizione: incontro con Donal McLaughlin

Dagnente, comune di Arona (Novara)

La 3° edizione del Mrs Carter si svolge dal 31 agosto al 3 settembre 2006 nella cornice ormai consueta dell’Arca di Noé a Dagnente, ma offre ai partecipanti un elemento nuovo: la presenza al seminario dell’autore di cui tradurremo un racconto. A inaugurare questo nuovo corso è Donal McLaughlin, scrittore scozzese nato in Irlanda del Nord, prolifico autore di short stories e valente traduttore dal tedesco.

I partecipanti sono: Ada Arduini, Carla Palmieri, Caterina Barboni, Cinzia Antonioli, Gioia Guerzoni, Giovanna Scocchera, Giovanni Garbellini, Liliana Schwammenthal, Maria Rosaria Contestabile, Stefania De Franco, Stefania Sapuppo.

Guidati come di consueto da Rossella Bernascone e Susanna Basso, i seminaristi si cimentano nella traduzione di “How on under God”, racconto di ambientazione irlandese che si configura subito come un “sicuro fallimento traduttivo” (Susanna), data la densità di dialettismi, esotismi, idioletti e registri linguistici che lo caratterizza, ma che proprio per questo “ha il grande vantaggio di impedire al traduttore di ambire alla propria scomparsa”. Una sfida affrontata con l’aiuto dello stesso Donal, che riporta in vita la pagina con un magnifico reading.

Alcune riflessioni nate dal seminario:

Il racconto che abbiamo affrontato fa parte di una serie di 12, tutti su una famiglia che lascia l’Irlanda del nord per trasferirsi in Scozia occidentale negli anni Settanta. La lingua utilizzata da Donal in questo ciclo di racconti, l’ultimo dei quali è ambientato nel 1980, è un Northern Irish English that becomes increasingly Scottish. Liam è un personaggio autobiografico.
Nella letteratura scozzese contemporanea (vedi James Kelman) l’idea di “voce” è molto presente, la voce della comunità in cui lo scrittore vive, e non lo standard English: si tratta di scrittori della generazione precedente a Irvine Welsh. Ora stanno emergendo scrittori di origine diversa (italiani, pakistani) che mescolano la loro lingua d’origine allo scozzese. L’idea di scrivere queste storie è venuta a Donal dai racconti di Alfred Andersch, scrittore tedesco che ambientava le sue nella Repubblica di Weimar, anche se Andersch usava il tedesco standard.

I racconti di Donal sono stati tradotti in spagnolo, sloveno, lettone e tedesco; Donal trova molto divertente leggerli nelle lingue che non capisce, per cercare di rintracciare i diversi passaggi. Donal prova un profondo rispetto per il lavoro del traduttore e ritiene che le scelte finali sulla resa del testo vadano prese esclusivamente da quest’ultimo, ma si rende anche conto che a volte il traduttore, comprensibilmente, non coglie o non è in grado di rendere tutte le sfumature degli idiomi e dele frasi fatte tipici dello Scottish o dell’Irish English che lui utilizza nelle sue short stories. Conoscendo il tedesco, ha potuto leggere la traduzione in questa lingua di un racconto (“A change of scenery”) il cui protagonista è un uomo anziano che riflette sulla propria vita e la propria famiglia guardando la Tv, un uomo ordinario. Nella versione tedesca il linguaggio era molto sofisticato: Donal ha chiesto alla traduttrice se era possibile usare un tedesco più scorretto, sgrammaticato, ma quest’ultima ha obiettato che in tedesco suonava “troppo brutto”. Questa nozione di “bruttezza”, invece, nella letteratura scozzese contemporanea non esiste più, non c’è più questo tabù. In certi casi il traduttore dovrebbe forse estendere i confini della propria lingua, metterli in discussione?

Il linguaggio della protagonista, che è nordirlandese ma vive in Scozia da tre anni, è situato in modo preciso nel tempo (primi anni ’70), ma lei parlerebbe così anche adesso. Il suo è un English with Northern Irish rhythm, un inglese standard con una musicalità nordirlandese.

A questo punto ci siamo posti una serie di interrogativi su come affrontare il testo:

Che lingua è quella del racconto?
Che italiano usiamo quando traduciamo? E quale degli “italiani” che usiamo nel corso della nostra vita?
Che valore attribuire alle deviazioni linguistiche del testo? Quale localizzazione temporale attribuirgli?
Possiamo concederci di usare il dialetto (interessante per la concisione, l’ironia e il recupero di alcune metafore)?
Quali sono i passaggi significativi su cui concentrare il lavoro?

Soluzioni possibili per affrontare la “lingua” utilizzata da Donal nel racconto:

- esotismi sintattici (spostamenti temporali)
- dialettismi (che generano la comicità linguistica)
- invenzioni e trovate
- normalizzazione consapevole (rispetto a cosa?)
- aderenza alla lettera per sottolineare la distanza dal “buon” inglese
- idioletto o misto di scelte

In questo caso l’ideale sarebbe comunque poter pubblicare il racconto con il testo a fronte, perché il lettore si renda conto delle scelte e delle libertà che il traduttore ha compiuto e si è preso: potrebbe sancire la compresenza di autore e traduttore, perché a nessuno sia tolto niente. Ideale sarebbe anche poter spiegare, a parte, il lavoro traduttivo: una sorta di “racconto della traduzione” da accostare al testo originale e a quello tradotto.