Carter 2011: paesaggio con carteristi

 


Landscape

 

Carter a ferro di cavallo.

Cristina e Stephen in mezzo, stretti

quasi schiacciati dalle interpretazioni

come a scusarsi dell’eccesso di

senso

che non si coagulasse senza un ritmo.

Intorno noi, eager to be scared.

Laura sguardo d’aquila, sorriso da bambina scettica,

Gioia, nero concentrato di memoria, da cui sgorga una

lingua come piace a me.

Luca timido, sereno, pietra del linguaggio,

sicuro e unico come un vecchio scoglio.

Luisa, occhio di tutti,

Isa e Giovanni in macchina, alla ricerca perenne

di droghe legali a mitigare l’esattezza.

Antonio silenzioso, in piedi tra le schegge

di lingua, dubbi oggetti rimanenze.

Cristina calda, Fiamma onnipresente, Lucia,

smemoratezza per incanto, e Manuela dritta

contro la forza di gravità della bellezza.

E poi Susanna

quanto, elettrone, onda

che smuove energia, sposta lo sguardo

pone problemi, fa scattare soluzioni,

e Ada, e Rossella, sorriso da stregatto,

a tenerci insieme, forze di coesione.

Finché di colpo

cambia la temperatura del linguaggio

e il senso nasce dal suo stesso suono.

Castelnuovo Magra, agosto 2011

Daniele P

1 commento

Archiviato sotto Seminari

Carter 2011 – 7a edizione: un video di Michael Watts

Un video di Michael Watts: Un percorso di radici e memoria attraverso la poesia di mio padre e il nostro viaggio al paese di origine della famiglia nell’Italia del nord.

A video by Michael Watts: An exploration into roots and memory through my father’s poetry and our journey to the village of our forefathers in northern Italy.

mikeywattsfilm@gmail.com

Lascia un commento

Archiviato sotto Seminari

Carter 2011 – 7a edizione: incontro con Stephen Watts e Cristina Viti

Anche quest’anno dal 25 al 28 agosto 2011 ci ospiterà l’agriturismo Cascina dei Peri a Castelnuovo Magra in provincia di La Spezia.
Incontreremo lo scrittore e poeta inglese Stephen Watts e la sua traduttrice italiana Cristina Viti.

Stephen Watts è nato a Londra nel 1952 da padre inglese e madre camuna. All’inizio degli anni Settanta ha lavorato come pastore sull’isola di North Uist nelle Ebridi, e dal 1976 vive a Whitechapel nell’East End di Londra. Ha pubblicato quattro libri di poesie (The Lava’s Curl, Gramsci & Caruso, The Blue Bag, Mountain Language/Lingua di montagna), alcune delle quali tradotte in italiano, sloveno, ceco, persiano, spagnolo, finlandese e arabo, e curato diverse antologie (Houses & Fish, un libro di disegni con testi scritti dai bambini; Voices of Conscience, una raccolta internazionale di liriche scritte da poeti sotto censura; Mother Tongues, un numero speciale del periodico Modern Poetry in Translation; Music While Drowning, un’antologia di poesia espressionista tedesca). Tra le traduzioni pubblicate, Modern Kurdish Poetry (Endangered Languages and Cultures, Università di Uppsala), Six Slovenian Poets (Arc Publications 2006), All My Young Years, poesie di Avrom Stencl (Five Leaves 2007), Sonata For Four Hands, poesie di Amarjit Chandan e Ljubljana, poesie di Meta Kušar (entrambe edite da Arc 2010); tra i lavori in preparazione, una nuova edizione ampliata dell’antologia Mother Tongues e la pubblicazione in rete della sua bibliografia completa della poesia moderna in traduzione inglese. Ha partecipato a numerosi festival internazionali di letteratura e lavorato molto nei programmi di scrittura di scuole e ospedali; ha creato con la HI-Arts di Inverness un progetto incentrato su questioni di suicidio e sopravvivenza, e gestito per dieci anni il Multicultural Arts Consortium di Londra; in collaborazione con suo figlio Michael ha realizzato una poesia-video ambientata nella memoria fratturata delle Alpi italiane.

Stephen Watts is a poet, editor & translator, with family roots in the Italian Alps. He lives in Whitechapel, UK. He twice won second prize in the National Poetry Competition (1983 & 1992). Recent books of his own work include ‘Gramsci & Caruso’ (Periplum 2004), ‘The Blue Bag’ (Aark Arts 2005), ‘Mountain Language/Lingua di montagna’ (Hearing Eye 2009), ‘The Language Of It’ (HI-Arts DVD 2007) & a video-poem ‘Journey To My Father’ (2009). He also edited Amarjit Chandan’s ‘Sonata For Four Hands’ (Arc Publications 2010) & has co-translated poetry by A. N. Stencl (Five Leaves 2007), Ziba Karbassi (EWI 2009), Adnan al-Sayegh (EWI 2009) & Meta Kušar (Arc Publications 2010). He’s worked extensively as a poet in schools & hospitals in East London & in 2006 worked with HI-Arts in Inverness on social issues of suicide & survival. In 2007 he was awarded a major three year Arts Council grant for his writing & research & at present is completing a new edition of ‘Mother Tongues’ (Bloodaxe Books, due 2012) which anthologises some of the many fine poets in the UK who write in languages other than English & is completing an extensive online worldwide bibliography of modern poetry in English translation. This latter is a major piece of research. He has also been involved in translation issues at a local level in Tower Hamlets over many years & helped co-ordinate MAC (Multicultural Arts Consortium) there from 1996-2006. He was on the Advisory Panel of BCLT (1996-2000), English PEN’s ‘WITr’ Committee (2006-2010) & a Trustee of the Poetry School (2005-2010). With Cristina Viti he is co-translating Reza Baraheni’s ‘Lilith’ and other works from Persian & Italian. He is a strong performer of his own poetry & has recently read at festivals in Syria, Sicily, San Francisco & in the UK at Ledbury, Snape, & forthcoming at Glastonbury.

Cristina Viti è una poeta e traduttrice italiana che vive e lavora a Londra.
Tra gli autori tradotti dall’italiano Dino Campana (Survivors’ Press), Eros Alesi, Elsa Morante, Amelia Rosselli (Modern Poetry In Translation, Shearsman), Ubax Cristina Ali Farah (Wasafiri); dall’inglese il poeta contemporaneo Stephen Watts (Manni Editori, Hearing Eye Press). Tra i lavori in preparazione la versione inglese del libro di Tahar Lamri I sessanta nomi dell’amore e una nuova edizione dei Canti Orfici (Waterloo Press)

Quota di partecipazione: 380 euro, che comprendono vitto e alloggio in doppia, oltre a circa 25 ore di lavoro sul testo, con la guida di Susanna Basso e Rossella Bernascone; è inoltre disponibile una camera tripla a un prezzo un po’ inferiore.
Chi è interessato a candidarsi, contatti ada.arduini@gmail.com e gioia.guerzoni@gmail.com, inviando un cv aggiornato.
Tra una quindicina di giorni verranno selezionati i nominativi dei partecipanti, che ne riceveranno comunicazione.
Numero posti disponibili: 11

2 commenti

Archiviato sotto Seminari

Ritratto di Rossella (con Carter)

Un ritratto di Rossella Bernascone, ospite del blog Brainfood, in cui si parla di traduzione e, ça va sans dire, di Carter.

“G: Mi parleresti di Mrs Carter?

R: È un’altra esperienza bellissima! È nata alcuni anni fa da un’idea di Ada Arduini e Gioia Guerzoni. Abbiamo informalmente costituito, insieme a Susanna Basso, un quartetto che ogni anno organizza un seminario autogestito per traduttori professionisti. Per tre o quattro giorni si lavora insieme a un autore inedito in Italia su un suo testo, gomito a gomito. È un lusso sfrenato per noi traduttori essere in compagnia di ottimi colleghi e dell’autore e avere il tempo di sviscerare e confrontare ogni scelta. Ne usciamo sempre rivitalizzati!”

Grazie, Ross!

2 commenti

Archiviato sotto Notizie

Carter 2010: 6a edizione

Partecipanti di quest’anno: Ada Arduini, Carla Palmieri, Caterina Barboni, Caterina Sinibaldi, Francesca Novajra, Gioia Guerzoni, Giovanna Scocchera, Giovanni Zucca, Leonardo Marcello Pignataro, Luca Guerneri, Lucia Olivieri, Paola Ghigo, Rossella Bernascone, Stefano Zolli.

Quest’anno Carter ha battuto molti sentieri nuovi: nuovo spazio, nuovo nome, nuovi panorami, nuovi compagni di viaggio (ma sono tornati anche alcuni Carter-veterani, perché i punti fermi servono), nuova formula (al timone la sola Rossella Bernascone, una e trina nelle vesti di traduttrice, teorica della traduzione e studiosa di psicosintesi). Ma soprattutto abbiamo azzardato un esperimento trans-linguistico: tradurre una traduzione, alla presenza di autore e traduttore.

Caryl Lewis è arrivata a Carter insieme alla sua traduttrice Gwen Davies con grandissima fiducia, senza sapere esattamente cosa aspettarsi dal seminario, quasi incredula dell’informalità a cui sono improntati i lavori dei nostri fine settimana. Durante gli incontri, abbiamo scoperto che per il romanzo di cui avevamo affrontato due capitoli Gwen aveva svolto un ruolo molto più invasivo e meno “invisibile” di quanto ci si aspetterebbe da un traduttore nella sua declinazione italiana. Gwen aveva tradotto ma anche marcatamente editato il testo, cercando così di rendere la traduzione inglese di Y Gemydd più appetibile e comprensibile al pubblico britannico e anglofono. I partecipanti a Carter hanno così avuto l’opportunità di mettere in luce, con l’aiuto di Caryl e Gwen, le diverse stratificazioni del testo e di confrontarsi con una traduttrice che non aveva semplicemente traghettato il testo nella lingua inglese, ma che l’aveva modellato e limato in base alla sua esperienza di editore ed editor presso diverse case editrici e riviste letterarie: un’esperienza che le ha insegnato ad asciugare i testi e a non considerare intoccabili le pagine degli scrittori, con cui invece cerca di stabilire un rapporto costruttivo e dialogico. Questo è stato molto chiaro nella dinamica che ha stabilito con Caryl durante i nostri incontri: in un continuo scambio di opinioni, di sguardi d’intesa e di cenni d’assenso Caryl e Gwen ci sono apparse sullo stesso piano, dal punto di vista autoriale, impegnate in una collaborazione letteraria molto stretta e personale. Ci siamo resi conto che il lavoro di revisione sul testo di partenza è stato complesso, articolato e denso di scelte difficili, quanto lo è generalmente il lavoro di traduzione che in qualità di professionisti affrontiamo sul testo.

Probabilmente siamo stati fortunati: non tutti i traduttori hanno la possibilità di costruire un rapporto così stretto e fruttuoso con l’autore, anzi, sono davvero pochissimi quelli che ci riescono;  ma forse  è un ulteriore esempio di quanto la collaborazione tra modi di sentire, di pensare  – e di scrivere – affini, possa davvero arricchire il testo. Un moto circolare che va dall’autore al testo, dal testo al traduttore, dal traduttore all’autore, e infine dal traduttore al testo finale. La parola, dopo questo lungo percorso mentale, si siede sul foglio. Più bella, più adatta, più “comoda”. Grazie alle persone che l’hanno fatta viaggiare. Proprio come succede tutti gli anni chez Carter.

7 commenti

Archiviato sotto Seminari

Carter 2010 – 6a edizione: il lavoro sul testo

Grazie a Leonardo Marcello Pignataro.

1 commento

Archiviato sotto Seminari

Carter 2010 – 6a edizione: incontro con Caryl Lewis e Gwen Davies

Dopo un anno sabbatico, riprendono gli incontri di Carter.

Quest’anno abbiamo deciso di cambiare scenario: dal 26 al 29 agosto 2010 ci ospiterà l’agriturismo Cascina dei Peri a Castelnuovo Magra in provincia di La Spezia.

Abbiamo anche, per la prima volta, due ospiti: la scrittrice gallese Caryl Lewis e la sua traduttrice inglese Gwen Davies. Caryl è cresciuta a Aberaeron, nella contea di Ceredigion, e a dodici anni è tornata nella fattoria di famiglia a Dihewyd nella Aeron Valley. Ha frequentato le scuole a Aberaeron e poi l’università a Durham e ad Aberystwyth. In seguito ha lavorato al Tŷ Newydd National Writers’ Centre e alla Welsh Academy. Ha pubblicato il primo romanzo (per young adults) nel 2003: Dal hi! Nel 2004 ha pubblicato Iawn boi?, romanzo per adolescenti, con cui ha vinto il premio Tir na n-Og. Nel novembre del 2004 Y Lolfa ha pubblicato Martha, Jac a Sianco, un romanzo per adulti che racconta la storia di due fratelli e una sorella che vivono nella campagna della contea di Ceredigion. Con questo romanzo, tradotto in inglese da Gwen Davies, Caryl ha vinto il Book of the Year Prize nel 2005. Nel 2007 un suo racconto, “The cage“, è stato pubblicato nel volume “Scritture giovani” prodotto dal Festivaletteratura di Mantova. Nel 2008 è uscito l’ultimo libro di Caryl, Jackie Jones. Durante il seminario lavoreremo al suo ultimo romanzo, Y Gemydd, “The Jeweller”, appena tradotto in inglese da Gwen Davies.

Lascia un commento

Archiviato sotto Seminari

Il ritorno di Donal

allergicFinalmente è uscito per Argyll Books An allergic reaction to national anthems di Donal McLaughlin, con cui abbiamo lavorato con molto piacere nel 2006. Il libro è disponibile anche su Amazon. Visitate il sito di Donal per ulteriori aggiornamenti sulle sue attività (è anche valente traduttore dal tedesco) e su scrittori amici. Se volete leggere in anteprima uno dei racconti presenti nel volume, qui, e sappiate che Donal ha completato la prima stesura sulla terrazza dell’Arca di Noé, mentre noi discutevamo animatamente su come tradurre “How on under God”.

Con Mrs Carter ci si risente l’anno prossimo!

1 commento

Archiviato sotto Notizie

E non c’indurre in traduzione

Un contributo di Alessandra Consolaro, carteriana e docente di Lingua e Letteratura Hindi presso la facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università degli Studi di Torino.

Le teorie della traduzione contemporanee si basano in prevalenza su esempi occidentali e sono più o meno influenzate dall’altalena tra fedeltà e tradimento, fra lingua target e fonte. Non si prende in considerazione la traduzione dal punto di vista del potere o della storia. Anche Mrs. Carter ha menzionato l’importanza di una traduzione come quella delle Rubaiyat (persiano rubāʿiyāt: quartine) di Omar Khayyam (ʿOmar Ḫayyām) realizzata nel 1859 e consultabile su http://wiretap.area.com/Gopher/Library/Classic/rubaiyat.txt: sebbene le forzature introdotte da Edward FitzGerald siano del tutto irriguardose del contesto originale dell’opera e dell’autore, il merito della sua divulgazione starebbe nell’aver reso comunque disponibile un testo di ineguagliabile poesia. Io vorrei portare l’attenzione proprio sui problemi che nascono da una posizione di questo tipo oggi. Possiamo ignorare l’atteggiamento paternalistico di FitzGerald, che scriveva al Rev. E.B. Cowell nel 1851: “It is an amusement to me to take what liberties I like with these Persians who (as I think) are not Poets enough to frighten one from such excursions, and who really do need a little Art to shape them” (cit. in Harish Trivedi, Colonial Translations: English Literature and India, Papyrus, Calcutta 1993, p. 45)? Forse ci si può illudere che lavorando in lingue occidentali e in contesti occidentali possiamo evitare di porci questi interrogativi, ma non ne sarei proprio sicura. Di certo se lavoriamo in lingue ‘altre’ – le lingue dell’India, tanto per fare un esempio da un ambito a me noto -, ignorare che cosa ha significato la traduzione in questi contesti, con la colonizzazione e la decolonizzazione che hanno accompagnato il processo di mappatura di queste regioni, è a mio avviso inaccettabile. Non è casuale che per molto tempo i traduttori – missionari e amministratori coloniali – siano stati esclusivamente europei: gli indigeni non erano considerati all’altezza, qualunque fosse la loro competenza nelle lingue ‘vernacolari’ e in quelle coloniali. Per non parlare del disprezzo che i traduttori ‘scientifici’ occidentali, forti delle loro conoscenze di filologia e linguistica, manifestavano verso le tecniche di traduzione indigene. Termini come anuvād (lett: ciò che è detto dopo) o rupāntar (lett: cambiamento di forma) non hanno in sé nulla dello stigma che la traduzione ha rispetto all’originale nella concezione occidentale: in un contesto multilingue e multiculturale come l’Asia meridionale la traduzione, intesa in senso molto lato come adattamento e attività creativa, è da secoli una pratica letteraria comune, tra l’altro in un panorama culturale nel quale le categorie di originalità e plagio, autorialità e individualismo sono ben diverse da quelle date per scontate in Occidente. Ma per gli occidentali che dal XVII secolo hanno imposto la trascendenza di un modello predefinito e sostanzialmente prescrittivo spesso ancor oggi non vi è altra realtà che quella autoreferenziale. Leggi l’articolo completo

Lascia un commento

Archiviato sotto Traduzione

Mrs Carter 2008 – 5a edizione: incontro con Sujata Bhatt

Dagnente, comune di Arona (Novara)

Mrs Carter si è incarnata di nuovo dal 28 al 31 agosto 2008, sempre all’inaffondabile Arca di Noé, ma stavolta in formato maxi. I partecipanti: Ada Arduini, Alessandra Consolaro, Annalisa Di Liddo, Carla Palmieri, Caterina Barboni, Elvira Grassi, Francesca Novajra, Gioia Guerzoni, Giovanna Scocchera, Loredana Paris, Lucia Fochi, Maria Nicola, Marta Matteini, Raffaella Turati, Rossella Bernascone, Stefania De Franco, Susanna Basso. Abbiamo avuto l’onore e l’onere di affrontare per la prima volta l’argomento “tradurre poesia” in compagnia di Sujata Bhatt e dei suoi versi contenuti nel volume Pure Lizard, saturi di suggestioni indiane ma anche teutoniche, densi di rimandi letterari e figurativi, brulicanti di toponimi e luoghi geografici, traboccanti di animali e colori.

Siamo arrivate all’appuntamento e invece delle presentazioni ci siamo scambiate le nostre bozze di traduzione delle poesie, una a testa, che ci avevano più colpito a una prima lettura. Abbiamo poi chiesto a Sujata di suggerirci le sue preferite per sei traduzioni collettive, che abbiamo letto dopo aver sentito la sua voce intonare le versioni originali, in un inglese intessuto di gujarati. La scelta è caduta su “Black Sails”, “Radishes”, “He Farms for Beauty”, “The Policeman’s Daughter”, “..and look: the olives ripen”. Infine, ciascuna di noi ha tentato di prodursi in una traduzione di “Pure lizard”: 18 versioni diverse!

Susanna ha dato il via alla discussione parlandoci di un incontro con Clive Scott, provocatorio autore di, tra l’altro, Translating Baudelaire e Translating Rimbaud’s ‘Illuminations’. Clive Scott ha detto più o meno che tradurre poesia è come prendere a prestito un vestito che non è proprio della misura giusta e non avere il permesso di modificarlo. Questo lascia due alternative: fare delle piccole alterazioni e cercare di fare in modo che ci stia addosso il meglio possibile o proclaim its ill-fittingness a new fashion which others might profitably follow. Scott sostiene che il traduttore può anche essere un esploratore delle varie stesure di una traduzione. Le sue sono traduzioni sperimentali: con il testo a fronte, propone nell’altra pagina delle suggestioni di traduzioni e si prende ogni genere di libertà, riscrive la poesia in varie forme grafiche, la smonta, la ricostruisce, inserisce illustrazioni, la innesta con episodi del suo quotidiano e con fatti che diventano un’eco della traduzione a cui sta lavorando. Secondo lui, nell’esplorazione del testo poetico esistono possibilità infinite, e sono forse queste che dovremmo esplorare, anche se ovviamente le sue traduzioni sono più delle provocazioni. Infatti Scott ha anche detto di tradurre solo per lettori che conoscono la lingua d’origine. È chiaro che si tratta di un tentativo di farci riflettere. Qui non si tratta di traduzioni strumentali, anzi, è esattamente l’opposto. Si tratta di un’esplorazione dell’originale che offre nuove possibilità.

È difficile sintetizzare in maniera organica e articolata le domande che ci siamo fatte, le cose che ci siamo dette, le perplessità che ci siamo confessate. Così proveremo a riproporvele in un disordine che forse rispecchia la multiformità del nostro approccio ai versi di Sujata Bhatt.

- Che cos’è la poesia?

- Perché leggiamo o non leggiamo poesia?

- Cosa ci respinge e cosa ci attrae?

- Che cosa ci aspettiamo da un testo poetico?

- Ci aspettiamo dal testo poetico una parte di incomprensione?

- Ci aspettiamo che contenga un enigma, e come traduttori vorremmo averne la soluzione? Leggi l’articolo completo

1 commento

Archiviato sotto Seminari