Sabato, 6 Ottobre, 2007...12:11 am

Le deviazioni dallo standard linguistico secondo Giovanna Scocchera

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Cari seminaristi e semplici lettori, la carteriana di lungo corso Giovanna Scocchera, ottima traduttrice di Amanda Davis (Mi chiedo quando ti mancherò, Terre di Mezzo, 2005), Augusten Burroughs (Correndo con le forbici in mano, Alet, 2004), Tillie Olsen (Fammi un indovinello, Giano, 2004), Alexander Masters (Stuart. Una vita al contrario, Fazi, 2007) e molti altri, ci manda alcuni appunti del seminario che ha tenuto durante le V Giornate della Traduzione Letteraria che si sono svolte a Urbino dal 28 al 30 settembre 2007. Il seminario si intitolava Le deviazioni dallo standard linguistico (inglese). Grazie Giovanna!

Introduzione

Si tratta di spunti di riflessione nati da un interesse e anche da un’esigenza personale, quando mi sono trovata a tradurre testi che non parlavano l’inglese che ero abituata a leggere e ascoltare. Siccome quando mi sono trovata a tradurli ho sentito che davanti a me si aprivano diverse possibilità e che toccava a me scegliere quale adottare (come avviene in ogni traduzione), ho pensato di poter ricondurre vari tipi di deviazioni ad altrettanti possibili approcci traduttivi.

Il concetto di standard e di deviazioni

Senza scomodare la stilistica possiamo innanzitutto dire semplicemente, e forse semplicisticamente, che anche il concetto di “standard” non è facile da fermare e cristallizzare nel tempo e nello spazio. Come cambia la lingua, così cambiano gli standard linguistici, e quelle che oggi vengono sentite come deviazioni, in un futuro vicino o lontano entreranno magari a far parte dello standard.

Per farci un’idea più chiara di come intendere lo standard linguistico, nel caso specifico dell’inglese, pensiamo all’equivalente orale, ovvero alla Received Pronunciation, il cosiddetto “inglese della regina”, l’inglese in teoria parlato dagli speaker televisivi, un inglese non connotato culturalmente, socialmente, geograficamente, per quel che è possibile, visto che la lingua non può prescindere da chi la usa. Pensiamo a un equivalente “scritto” di questa lingua parlata, ovvero un inglese grammaticalmente, sintatticamente, ortograficamente corretto, che non presenti scarti di registro troppo evidenti o ricorrenti, né verso il basso né verso l’alto, che non presenti infiltrazioni o contaminazioni culturali, a parte quelle già integrate nel vocabolario.

Soprattutto in questo contesto di “deviazioni” dalla norma è assurdo pensare di trovare delle “norme” per la traduzione delle “deviazioni”, quindi quelli che fornirò sono soltanto spunti, possibilità, proposte di traduzione più o meno felici e/o condivisibili.

Le deviazioni che vedremo nei testi sono di diverso tipo: sintattico-grammaticali, ortografiche, lessicali, di registro. Di volta in volta, potremo individuare quale è stato il criterio che ha guidato la traduzione, che avrà scelto di muoversi verso un approccio creativo, oppure di verosimiglianza e realismo, straniante o naturalizzante, di equivalenza formale, o di equivalenza di effetto. In altre parole vedremo a quali aspetti della lingua si è scelto di essere fedeli.

Il concetto di fedeltà

Una breve parentesi sul concetto di fedeltà. Argomento trito e ritrito, ma come potrei sottrarmi al dovere morale di dire anch’io qualcosa in proposito? In realtà, l’osservazione che mi piace ripetere non è mia, l’ho letta tempo fa, mi è piaciuta molto e trovo che possa essere “conclusiva” rispetto all’annosa questione “bella e infedele/brutta e fedele”. L’osservazione è stata riportata da Valerio Magrelli, diversi anni fa, in un numero speciale dell’”Indice” dedicato alla traduzione. Cito: “L’idea di fedeltà finisce per investire il testo con una potente ventata antropomorfica. Noi diciamo ‘fedele a una persona’, ‘fedele a una promessa’, ‘fedele alla parola data’. In tutti e tre i casi è la singolarità del legame ad attestarne la forza. Siamo cioè fedeli a una e soltanto a una persona, promessa o parola… L’idea di poter tenere fede alla parola del testo, però, è profondamente ingenua. Infatti, la sua promessa non equivale a una semplice parola, bensì a un sistema di relazioni composto da parole…. Se l’idea di fedeltà comporta inestricabilmente quella di singolarità, come pensare d’essere fedeli a qualcosa che si definisce appunto sulla base della propria pluralità costitutiva, ossia di una molteplicità fondante e statutaria? Un testo letterario non è un oggetto statico, ma un processo dinamico, un concorso di spinte contrapposte, un insieme di forze in equilibrio…”
E, aggiungo io, se a questa molteplicità aggiungiamo delle “deviazioni”, ecco che il concetto di fedeltà a una “infedeltà” di fondo diventa del tutto impraticabile.

La coerenza

Dopo aver “smontato” il concetto di fedeltà, direi che è meglio parlare di “coerenza” della traduzione, consistency in inglese, che soprattutto nel contesto delle deviazioni dallo standard linguistico mi sembra più giusto e pertinente.

Testo 1

Stuart: a life backwards, Alexander Masters, Harper Perennial, 2006.
Stuart: una vita al contrario, Alexander Masters, Lain-Fazi, 2007, traduzione di Giovanna Scocchera.

In questo testo (biografia “al contrario” di un senzatetto, ex-tossico, schizofrenico, vittima di abusi sessuali, ecc.) le deviazioni sono sostanzialmente nell’ambito del registro.
Il personaggio principale parla un inglese di strada, oltre a questo però i suoi discorsi sono spesso sconnessi per via del suo modo un po’”alterato” di ragionare, non filtrato da sovrastrutture logiche e sintattiche. Assomiglia a uno stream of consciousness sotto l’effetto di sostanze psicotrope. Il suo linguaggio è connotato socialmente e culturalmente (Stuart appartiene alla working-class), parla in modo volgare ma non troppo, il registro non è particolarmente aggressivo. In questo caso mi è sembrato utile e opportuno ascoltare la voce di Stuart e coglierne l’effetto, che è quello di un eroe tragicomico ma niente affatto ridicolo. Nonostante questo personaggio abbia tutte le carte in regola per essere rifiutato, disprezzato, messo da parte, in realtà quello che ne esce è il ritratto di una persona estremamente sensibile, persino sensata, e rispettabilissima. Questa considerazione è importante anche in vista del percorso di traduzione che si vuole intraprendere. Poiché tutto il testo ruota intorno alla creazione del personaggio, che rivela sé stesso e il suo mondo non solo con le azioni ma anche molto con il linguaggio, è chiaro che la lingua che decidiamo di fargli parlare nella traduzione plasmerà a sua volta l’idea che il lettore italiano si fa di lui e quindi del libro. In questo caso direi dunque che il principio che ho scelto di seguire, oltre a quello imprescindibile della “coerenza interna”, è quello della “equivalenza di effetto”.
Nella traduzione ho scelto quindi di utilizzare elementi dello slang, della lingua parlata italiana, preferibilmente nello stesso contesto socio-economico-culturale. E per rafforzare l’idea di una “caratterizzazione” del personaggio (attenzione, “caratterizzazione” e non “caricatura”, “macchietta”), ho fatto ricorso a tic linguistici, ripetuti anche laddove non erano necessariamente presenti in inglese. Mai come in questo tipo di testi si applica la “legge di compensazione”, per cui laddove l’italiano non è incisivo quanto l’inglese, si può scegliere di aggiungere un tocco di colore in più in un punto dove nell’italiano viene naturale, anche se nell’inglese non c’è.

Tranelli e pericoli in agguato in questo tipo di traduzione

- diversa frequenza e ricezione della volgarità (l’incidenza delle swear words, del turpiloquio, non è uguale tra inglese e italiano, così come la percezione è diversa. Laddove può esserci un intercalare di registro basso in inglese, in italiano risulta molto volgare e pesante).
- ricorso a regionalismi e dialettismi (in questo caso, oltre ai vari dizionari di slang, cartacei e su internet e all’esperienza della lingua parlata, possono tornare utili testi del gergo giovanile/giovanilistico. Ad esempio un testo che ho usato per verificare la “non-regionalità” di certe scelte traduttive è stato Scrostati gaggio! Dizionario storico dei linguaggi giovanili, pubblicato da UTET. Ma ce ne sono sicuramente altri.

Testo 2

The sky is gray da Bloodline, Ernest J. Gaines, Vintage Contemporaries, 1963.
Il cielo è grigio, traduzione di Giovanna Scocchera.

Ambientazione anni ‘50-’60, in una piantagione della Louisiana.
La voce narrante è quella di un bambino di colore, non contemporaneo, poco istruito. Sono presenti molte deviazioni dalla norma ortografica e grammaticale.
Cosa si può fare e cosa no?

Il problema dell’ortografia

Raramente uno scarto ortografico si rende con un altro scarto ortografico. Inglese e italiano non hanno la stessa capacità di “sopportare” l’errore. Questo ha a che fare un po’ con le dinamiche delle due lingue, un po’ è una questione culturale. Se per un bambino inglese o americano è normale fare gare di spelling a scuola per indovinare la giusta grafia delle parole (questo perché non esistono regole di pronuncia fisse e quindi di ogni parola si deve conoscere l’ortografia) per un bambino italiano le parole si scrivono come si pronunciano, l’unico spauracchio sono le a con o senza h.
C’è poi una questione più culturale. Nella lingua inglese, soprattutto l’inglese americano, mi sembra che certe deviazioni dallo standard siano state “codificate” e abbiano iniziato esse stesse a costituire uno standard. Penso a forme contratte come ain’t, goin’, gonna, wanna, che sono frequentissime nella lingua delle canzoni pop, rap e non solo. Esistevano già nei testi delle canzoni jazz, che curiosamente si definiscono standard. In questo senso, in quanto codificate, è evidente che il loro peso di “deviazione” non è tanto forte come potrebbe apparire visivamente.

C’è infine un altro problema a mio avviso importante, soprattutto quando la voce narrante è quella di una persona di colore. Le “contrazioni” di questa lingua creano un ritmo ben preciso, che è proprio il ritmo sincopato della musica jazz (a questo proposito, invito a leggere i romanzi di Toni Morrison tradotti da Franca Cavagnoli). Qualunque sia la strada che scelgo di percorrere per la traduzione, non potrò non tenere conto di questo importantissimo aspetto, che non è solo ritmico ma anche profondamente culturale.

Quali sono gli strumenti/stratagemmi a disposizione? Avendo escluso il ricorso a deviazioni ortografiche, bisogna agire sul ritmo: facendo un uso maggiore della ripetizione, provando a posporre il soggetto, usando anacoluti (costrutto sintattico per cui il primo elemento appare, rispetto ai successivi, campato in aria e messo in rilievo allo stesso tempo), in altre parole provando a creare una lingua in “levare” anziché in “battere”.

Un’ultima cosa da tenere presente nella traduzione di questo testo sono le deviazioni in tema di registro. Bisogna tenere presente che chi parla ha nove anni e usa parole da bambini, o a volte parole dei grandi percepite dalle orecchie dei bambini.

Testo 3

Everything is illuminated, Jonathan Safran Foer, Harper Perennial, 2003.
Ogni cosa è illuminata, Guanda, traduzione di Massimo Bocchiola.

Qui le deviazioni dalla norma non sono un “una tantum”, non si tratta di singole occorrenze da poter trattare e tradurre come casi isolati. In questo caso la lingua dell’originale è quello che potremmo definire un Pidgin English, o comunque un inglese che devia dallo standard a più livelli contemporaneamente, sintattico, grammaticale, lessicale. L’effetto è quello di una lingua “strana” ma coerente, che ci fa pensare al modo in cui ogni lingua verrebbe parlata da una persona che quella lingua la sta imparando o l’ha appena imparata, l’italiano degli immigrati o l’inglese parlato dagli italiani! Come tradurre questo tipo di deviazione? In questo caso, un po’ come per Stuart, vale la ricerca di un idioletto, la creazione di una lingua che abbia le sue idiosincrasie, i suoi tic, e che crei lo stesso effetto. La questione dell’effetto è molto importante, perché il tranello in cui è più facile cadere quando ci si allontana da uno standard è quello di dare alla traduzione una connotazione ridicola e caricaturale che non c’è nell’originale.

Testo 4

Londonstani, Gautam Malkani, Penguin, 2006.
Londonstani, Guanda, traduzione di Massimo Bocchiola, 2007.

Qui usiamo il testo solo per completare il discorso sulle varie possibili strategie.

Il glossario (sia in inglese che in italiano)

Interessante il richiamo al glossario, che indica una volontà di mantenere l’effetto “straniante” e di educazione alla multiculturalità.

Linguaggio

Se dobbiamo definire l’approccio alla traduzione, qui non è per niente normalizzante, si va dietro al testo con la massima creatività, forzando l’italiano, allontanandosi dalla lingua di arrivo per avvicinarsi a quella di partenza. Siamo in presenza di uno spettacolo di fuochi d’artificio. È un linguaggio costituito da una serie di trovate, di uscite a effetto.
La traduzione segue lo stesso andamento: si dà la preferenza all’aspetto creativo e all’acrobazia linguistica di ogni singola soluzione, piuttosto che optare per un linguaggio con un effetto più realistico e verosimile. Quella della traduzione può essere definita un lingua “acrilica”, di servizio, che vive nello spazio del libro e deve reinventarsi ogni volta. (Anche se in realtà, gli autori scozzesi tradotti da Bocchiola come Welsh e Kelman parlano un italiano che si presenta ormai come un “canone linguistico” della traduzione).

La meccanica delle lingue

Nel caso dell’ibridismo linguistico creato da influenze di altre lingue e culture, la traduzione inglese-italiano presenta delle specificità a mio avviso interessanti. Da una parte c’è senz’altro una maggiore flessibilità lessicale dell’inglese, capace di creare con grande facilità neologismi, parole “meticcie” o scarti ortografici da cui far trasparire un’influenza culturale “altra”; dall’altra parte si deve tenere conto di una maggiore rigidità dell’italiano dal punto di vista lessicale, in cui ogni creazione suona più forzata rispetto all’inglese, e anche uno svantaggio “culturale” nel senso che l’italiano sembra meno incline ad assorbire nel lessico parole di altre culture che non siano quelle elitarie o comunque principali (inglese/francese/spagnolo).
Le motivazioni possono essere tante, e non sta a noi indagarle, ma sono comunque interessanti e vi accenneremo nelle conclusioni.

Conclusioni e ulteriori spunti di riflessione

Ibridismo e multietnicità nella lingua italiana

Il fatto che l’italiano non sia una lingua troppo “ibridata”, o almeno non da culture minori, ha a che fare con una questione di supremazia linguistica culturale? Grande integrazione degli immigrati in Italia e nell’italiano; questioni prettamente di “meccanica” della lingua; pigrizia? La curiosità mi ha spinto a leggere qualcosa di scrittori/scrittrici non nati in Italia ma residenti in Italia da diverso tempo, per vedere se la loro lingua tradiva le origini e se nella loro lingua era presente qualche invenzione o trasmigrazione come nel caso di Londonstani. Ho letto una raccolta di racconti pubblicata da Laterza dal titolo Pecore nere (forse un po’ infelice) scritti da quattro giovani donne: Gabriella Kuruvilla, Ingy Mubiayi, Igiaba Scego e Laila Wadia. Non ci sono “contaminazioni”.

Ibridismo e multietnicità nei film doppiati in italiano

Esistono studi e articoli specifici sull’argomento. Solo uno spunto: il parallelo tra Londonstani e film come East is East oppure Bend it like Beckham (Sognando Beckham), quest’ultimo ambientato proprio a Hounslow, sobborgo di Londra nella zona dell’aeroporto di Heathrow.
Nella traduzione cinematografica, rispetto a quella del testo scritto, ci sono approcci e soluzioni ancora diversi rispetto a quelli che abbiamo visto qui, perché il mezzo “voce” in confronto al “testo” presenta altri vincoli e altre libertà.


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